Autore: Hacksaw

  • Giorno 7: Deruta – Montegrotto

    La mattinata di oggi è, per me, quanto si avvicina di più al concetto di vacanza ideale: nessun programma, nessun orario, nessuna destinazione, se non un vago “verso casa”.

    Sono a Deruta; oltre che la capitale della ceramica, è anche un famoso borgo storico, quindi comincio da una visita al centro. E in realtà, sarà la giornata, finalmente soleggiata e fresca, sarà che non c’è una gran folla (è ferragosto, saranno tutti in spiaggia?), ma a me il borgo sembra molto, ma molto più bello di quanto mi aspettavo. 
    Vago tranquillo tra un vicoletto suggestivo e un cortile interno con gatti che si godono il sole, faccio qualche chiacchiera con i ceramisti… e ovviamente scatto una mezza tonnellata di foto. 🙂
    Quando riprendo la moto, non imposto nemmeno il navigatore… vado a occhio verso nord, perdendomi nella campagna umbra, tra le colline coperte di quercie e ulivi, e torri, rocche, e borghi fortificati: Torgiano, Bettona, Mora, San Gregorio… tengo un’andatura tranquilla, a volte su stradoni di fondovalle dalle ampie curve e morbidi saliscendi, a volte su ripide erte, tutte rampe e tornanti, che portano in cima a cocuzzoli dai panorami incredibili. E’ una goduria!
    Sul fiume Chiascio (giuro! 🙂 ) riesco a scovare una compagnia di locali che pranza all’aperto… in un frantoio (!) e mi aggrego ben volentieri, rimediando bruschette tipiche fatte con il loro olio, un vassoio di salumi locali e una scofana di buonissime tagliatelle fatte in casa, con olio, limone e noci. Mi offrono pure l’oca arrosto (tradizione umbra per il giorno di ferragosto) ma a quel punto non ci sta più.
    Saluto… e mi accorgo che purtroppo è venuta l’ora di puntare decisamente sulla via del ritorno. Imbocco la E45, così mi posso godere il panorama collinare ancora per un po’… poi però è solo autostrada e una lunga corsa verso nord. Mi fermo a Montegrotto, dove posso riposare nell’acqua termale la spalla, un po’ affaticata dalle molte ore in moto. Ma ormai siamo quasi a casa…
    Km: 384

    Deruta

    Un muro di Deruta
    Nella meravigliosa campagna umbra

    San Gregorio: scorcio

  • Giorno 6: Roma – Deruta

    Il programma di oggi prevede molta moto e poche foto; l’obiettivo è infatti passare su alcune delle più belle (e impegnative) strade appenniniche, tra la zona del reatino e Perugia.

    E siccome servono energie, dopo un’abbondante colazione, meglio passare per un ultima volta alla bottega trappista, per una Scala Coeli fresca 😉 da degustare con tutta calma, prima di affrontare il G.R.A. e lasciare la città eterna.
    Man mano che dai colli romani si va verso l’Abruzzo, il panorama cambia drasticamente, da basse colline fino a vera e propria montagna, con tornanti e passaggi decisamente più impegnativi. Dopo una breve sosta ad Antrodoco (“umbelicus italie” o così pare 🙂 ) raggiungo Amatrice “casualmente” a ora di pranzo. 🙂 Risultato: bis di Amatriciana e Gricia, piattone di arrosticini di agnello e birra artigianale del posto… sempre per accumulare energie, si intende.
    Non che in effetti non servano. Da lì, si punta su Arquata del Tronto, da cui partono due percorsi meravigliosi: la breve ma dura salita alla Forca di Presta, verso Castelluccio di Norcia, con i suoi spazi immensi e il paesaggio quasi alieno, e la SS685 delle tre valli umbre fino ad Acquasparta, un lungo ghirigoro di bassa montagna e fondovalle che attraversa Norcia, in un territorio stupendo tra il Parco del Gran Sasso e quello dei Monti Sibillini.
    Paesaggisticamente pura poesia , e puro divertimento di guida… ma è difficile parlare di divertimento, come è difficile togliersi di dosso il groppo alla gola che resta passando per Accumoli, Arquata, Piedilama, e tutti i paesi brutalmente spazzati via dal terremoto. Le “zone rosse”, e gli enormi mucchi di macerie dove prima c’erano case, hotel, chiese, richiamano vive alla memoria le immagini di Gemona e Venzone. Offre un po’ di speranza, però, il notevole giro di turisti (tantissimi motociclisti) che animano i borghi e comprano dai prefabbricati dove si sono trasferiti ristoratori e negozianti, che cercano faticosamente di rimettersi in piedi.
    Dopo centinaia di km di salite, discese, e tornanti, allungo ancora un po’ verso nord, ormai in rientro, e mi fermo a Deruta, capitale delle ceramiche e maioliche umbre. Domani sarà probabilmente l’ultimo borgo da visitare prima di imboccare la strada del ritorno.
    Km: 372 (faticosissimi)

    Antrodoco…

    … ombelico d’Italia (eh, beh!)

    Il punto più alto quest’anno

    Gli incredibili spazi della piana di Castelluccio di Norcia

  • Giorno 5: Roma (Tre Fontane)

    Sbrigate di prima mattina una paio di faccende pratiche (tipo… il bucato 😉 ), a pochi minuti dall’albergo c’è la meta principale del viaggio: il monastero delle Tre Fontane. 

    Rispetto alle abbazie belghe, la parte visitabile è piuttosto ampia e interessante, ma non perché i monaci siano più “aperti” (sempre trappisti sono, quindi “ora et labora” e clausura), quanto perché il complesso è antichissimo, e comprende qundi diversi edifici storici che non sono parte del monastero.
    Posso quindi visitare la chiesa del martirio di San Paolo, la cappelletta della Scala Coeli, una parte del parco, e (in un secondo momento) la chiesa del monastero, austera e scarna come da tradizione… e soprattutto la bottega trappista, strapiena di cioccolata, marmellate, miele, e soprattutto, finalmente, birre.
    Birre, al plurale, perché:
    1 – la produzione dell’abbazia è aumentata e ora vede due birre “normali” (la Tre Fontane “Triple” e la nuova “Scala Coeli”) oltre a una serie limitata (una IPA prodotta in collaborazione con Spencer!)
    2 – la bottega vende anche una serie di birre da altri monasteri, tra cui spuntano alcune etichette mai viste.
    E qui la sorpresa. Non uno, ma ben due monasteri nuovi hanno cominciato a produrre birra: uno in Spagna, e uno… in Inghilterra! Niente, è destino che ci debba tornare di nuovo. 🙂
    Mi gusto una amarissima IPA (non il mio genere) attorniato da un nugolo di turisti orientali che comprano quintali di tutto, e torno più tardi per la Triple (moooolto meglio!) 
    Quest’ultima, a mio parere, una delle migliori del genere.
    A questo punto mi resta il pomeriggio per fare classicamente il turista per il centro di Roma. Visto che sono in giornata di chiese, ne visito un paio di spettacolari (soprattutto Santa Prassede e Santa Maria in Ara Coeli), ma è impossibile poi trattenersi dai classici (Colosseo, Pantheon, fontana di Trevi)… e giù foto su foto, ma che scarpinata! Domani sarà meglio far camminare la Versys. 🙂
    Km: 30 circa (in moto)

    Ora et labora (e tasi!)

    Finalmente… ma checcavolo, il bicchiere di plastica…

    Un sobrio lampione romano

    Il meraviglioso pavimento di Santa Prassede

    L’incredibile sfarzo di Santa Maria in Ara coeli

    L’austera chiesa dei trappisti (che contrasto, eh?)

  • Giorno 4: Rio Marina – Roma

    Quasi a tradimento, mi sveglio con la pioggia… o meglio con quattro goccie che aumentano l’afa e subito se ne vanno. In fila all’imbarco del traghetto fa già un caldo tremendo, che peggiora durante la giornata e allontanandosi dal mare.
    E una volta sbarcato di nuovo sul continente, il mare in effetti me lo lascio alle spalle, ma non prima di essermi sciroppato un lungo tratto di Livorno-Roma (prima) e Aurelia (poi). Nonostante il caldo torrido, è una consolazione staccarsi dalle grandi strade e puntare verso l’interno, tra le colline dell’alto Lazio. Il paesaggio è nettamente diverso qui; non più aspro come nella parte umbro-marchigiana, invece ricorderebbe quasi l’ondulata Bretagna… se non fosse per l’uniforme color “erba secca”. 🙂
    E’ comunque il tipo di terreno ideale per la Versys, che, incurante della calura, romba felice in quasi totale solitudine.
    Anche qui si sprecano i borghi storici che meriterebbero una sosta e ben più di qualche foto, ma io ho già scelto il mio: Bomarzo, con il suo famoso “Giardino dei Mostri”. Rapida sosta per “magnà”, come si dice qui (lumache al sugo, cicoria in rosso, e ciambelline all’anice… yumm!) ed è un infuocatissimo pomeriggio, quando entro nel parco, che per fortuna è quasi tutto all’ombra di alberi secolari. E’ comunque un’esperienza a dir poco bizzarra ed enigmatica.
    Poco però il tempo di pensarci su… punto verso Roma, costeggiando il lago di Vico, tra bellissimi colli alberati e ombrosi; ci volevano, prima del Grande Raccordo Anulare per arrivare all’hotel in zona EUR. Cena in ristorantino tipico sul lungotevere: rigatoni co la pajata e cicoria sartata… ammazza aho! 🙂
    Km: 358

    Tuscania: mirabile esempio di “lunedìchiuso” italico

    Il borgo storico di Bomarzo

    Bomarzo: scorcio

    Un “mostro” del giardino magico di Bomarzo

  • Giorno 3: Chianciano – Rio Marina (Elba)

    Ben rimesso in sesto dalla piscina termale, parto senza indugi in direzione Piombino. Ma prima, ci sono colline e ancora colline… tornanti e curvoni dolci in mezzo alla maremma, ulivi e cipressi, girasoli e vigneti.

    E ancora borghi spettacolari arroccati sui colli, che piange il cuore a non potersi fermare in ognuno… San Casciano, Montepulciano, Montalcino e altri ancora. Dopo tanta meraviglia, anche l’inevitabile trattone finale di superstrada non disturba.

    Disturba invece l’afa. All’imbarco (e soprattutto allo sbarco), la stiva del traghetto dà l’esatta idea di come deve trovarsi un pollo arrosto nel forno. 🙂

    Sull’isola il clima è un po’ migliore ma il sole picchia comunque tantissimo. Quindi dopo un’oretta di curve sospese tra strapiombi e mare, meglio rinfrescarsi… picconando un po’ di sassi!
    Il clou di giornata è infatti una visita al museo delle miniere di Rio Marina, con tanto di escursione nei giacimenti a bordo di un vecchio gippone militare, dove ci lasciano scavare pirite ed ematite, e portare a casa quel che troviamo. Indimenticabile! 
    Serata conclusa con cena a base di pescespada, in un simpatico alberghetto in mezzo agli ulivi.
    Km: 223

    Colline toscane

    … e all’improvviso il mare!

    L’incantevole Rio Marina

    Ematite e zolfo… passatemi il piccone!

    Colori dell’Elba

  • Giorno 2: Fossombrone – Chianciano

    A dispetto dei punti di partenza e arrivo, la gran parte della tappa si snoda tra due borghi antichi: Urbino e Gubbio.

    Anzi tre, perché su consiglio di Alessandro, inizio la giornata dalla rocca malatestiana di Fossombrone… purtroppo ufficialmente chiusa (per lavori) ma non abbastanza per chi voglia comunque fare qualche foto. Molto, molto suggestiva!
    Ma già la giornata inizia a farsi incandescente, tempo di puntare sulla vicinissima Urbino… qualche intoppo col parcheggio del mezzo, giro del centro storico e visita guidata del palazzo ducale (meraviglioso!) ed è subito mezzogiorno, e il caldo si fa infernale. Ancora una volta il consiglio di Alessandro salva la situazione: punto sul passo del Furlo e su per la gola la temperatura è parecchio più vivibile. Poi, dopo crescia e birra, e con i piedi in ammollo nel fiume, si sta decisamente meglio. 🙂
    Comunque, quando arrivo a Gubbio nel primo pomeriggio, fa davvero caldissimo: in moto si fa tanta fatica, ma anche per le strade del borgo boccheggiano tutti: turisti per strada, baristi, vigili… solo i vecchi del paese sembrano tenere botta… ma loro conoscono i vicoletti più freschi, e lì si radunano per un tresette e un fiasco di nero in compagnia.
    Dopo l’usuale raffica di foto, è tempo di rimettersi in sella, e avvicinarsi all’Elba. Siamo nella maremma, e i panorami sono indimenticabili, ma l’afa rende tutto faticosissimo… infine decido di fermarmi a Chianciano, dove trovo un’occasione per un albergo con piscina. Quale modo migliore di rimettersi in sesto dopo una giornata torrida? 🙂
    Km: 246

    Quel che resta dell’imponente rocca di Fossombrone

    Urbino vista dal “Torraccino” del Palazzo Ducale
    Scorcio di Gubbio

    Girasoli nella maremma toscana

  • Giorno 1: Udine – Fossombrone

    Viaggio più breve quest’anno, e per cambiare, completamente in Italia! Al di là delle motivazioni turistiche (l’Italia è strapiena di posti da vedere e fotografare), al di là del desiderio di mettere alla prova la Versys sulle strade appenniniche (alcune leggendarie tra i motociclisti), al di là della ben nota meta finale (il monastero delle tre fontane, a Roma, dove si produce l’unica birra trappista in Italia), il motivo vero è puntare, per una volta, verso sud, verso il sole e il caldo, avendone avuto abbastanza di pioggia e freddo dall’anno scorso. 🙂

    E in quanto a caldo, vengo subito accontentato. L’autostrada (inevitabile nel primo tratto) è una fornace… reggo fino all’altezza di Cesena, poi mi rompo e impongo al navigatore i passaggio attraverso un tot di paesini a caso, sulle colline, alla larga da superstrade e autostrade.

    L’impegno e la fatica aumentano, tra tornanti e passaggi impegnativi, ma ne vale cento volte la pena. Sfilano Montefeltro, Pennabilli, Pietrarubbia e tanti altri borghi meravigliosi, incastonati tra colline spettacolari, dove su ogni cima c’è una rocca o una fortezza, e dietro ogni curva su aprono scorci su paesaggi unici.

    A Pennabilli, poi, scovo pure un museo del calcolo (!) ben fornito di regoli antichi, calcolatori meccanici e computer vintage… gioia e gaudio! E un ottimo modo di passare una buona parte del pomeriggio, in salvo dalla vampa.

    Finale di giornata a Fossombrone, che pure merita di suo: stanza con vista a perpendicolo sul Metauro, visitina del centro, e cena lautamente innaffiata di vini del posto… poi però nanna, che domani minaccia di essere impegnativa.

    Km: 478

    La formidabile rocca di Montefeltro

    Paesaggio tra le meravigliose colline umbre

    Oh, mamma… e questo? Calcolatrice o telefono?

    Il Metauro: vista… dalla mia camera!

  • Giorno 17: Karlsruhe – Udine (fine)

    I chilometri da fare sono ancora tanti, e l’hotel è nel mezzo della periferia industriale di Karlsuhe (praticamente  nel parcheggio della Siemens) perciò scorci suggestivi nisba. Quindi sveglia presto, colazione robusta (tanto ci ho preso gusto 🙂 ) e una decisa sparata di autostrada per tutta la mattina, fermandosi giusto il tempo di far benzina.

    Lo scopo è quello di oltrepassare il prima possibile il solito imbottigliamento tra Monaco e Rosenheim, che per fortuna non è tragico come altre volte… quando finalmente nel primo pomeriggio arrivo in Austria, posso calare un po’ il ritmo e godermi i panorami; la giornata è infatti stupenda, soleggiata e tersa, e tutta l’Austria pare un immensa cartolina.

    Una volta imboccata la ormai familiare Felbertauernstraße, è già come essere a casa… Mittersil, Lienz, poi i tornanti del Plockenpass e siamo in Italia, e da lì tutto un dritto per arrivare finalmente sul divano di casa a scrivere quest’ultimo post.

    Km: 654. Che portano il totale a nientemeno che 5006! E meno male che il traghetto ha accorciato il tutto… 🙂

    Che dire… è  stata dura e il meteo ci ha messo un po’ del suo, ma ne è comunque valsa assolutamente la pena. Un’avventura e un’esperienza memorabile, di quelle che ti portano così  tanto fuori dalla tua “comfort zone”, da cambiarla per sempre.

    È d’obbligo ringraziare tutti gli amici incontrati “magicamente” in Belgio (Morghi, Grego, Piccia, Marco, Chiara e Ayla), e le tante gentilissime persone conosciute lungo il percorso, che non leggeranno mai questo post, ma che ricorderò con piacere ogni volta che penserò a questi giorni fantastici.

    Vorrei chiudere con una citazione di R. Pirsig:
    “questa è una delle cose più difficili da fotografare. […] Il paesaggio è  lì ma quando guardi nel mirino non c’è niente. Appena lo delimiti, scompare.

    È la frustrazione ben nota di chi prova a fotografare gli spazi immensi, a catturare le sensazioni che si provano negli enormi glenn o nelle brughiere battute dal vento. Inutile ingegnarsi con tagli e grandangoli, esposizioni e tempi… il problema non è tecnico. Forse, semplicemente, sono sensazioni che non puoi portare a casa in una memory card, ma solamente nel cuore.

    Ecco, la Scozia è un paese così, lo porti a casa nel cuore.

    Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito, e al prossimo viaggio.

    La chiesetta di Kiefersfelden, lungo la strada
    Bottino di guerra, da condividere con gli amici. 🙂

  • Giorno 16: Zeebrugge – Karlsruhe (Zundert)

    Per motivi non precisati, la nave è salpata in ritardo ieri sera e stamattina ovviamente è arrivata in ritardo di un’ora, mandando all’aria tutta la procedura di sbarco, che dura un’eternità. Se quindi mi fosse rimasta una tentazione di provare un unico “tappone” verso casa, la metto subito via, non ci starei coi tempi arrivando a notte fondissima.

    Quindi, visto che la giornata è pure bella, perché non approfittarne per allargare qualche km in Olanda, verso Zundert, e visitare l’ultimo monastero trappista birramunito della zona che ancora mi manca? 🙂 Detto, fatto (anzi… tra il dire e il fare c’è di mezzo il navigatore che mi fa fare quasi 20km in tondo per arrivare a un distributore che non c’è… porc!)

    A Zundert, come sempre, l’abbazia non è visitabile se non per i pellegrini, ma come a Rochefort è possibile mettere il naso nella chiesa a patto di non disturbare i monaci. Sia l’edificio principale che la chiesa sono comunque ben poco spettacolari, e decisamente spartani… ma questo incarna perfettamente il credo dei trappisti: in cielo non ci si va per essersi circondati di ori e affreschi, ma per aver lavorato duro. Quanto meno rispettabili per la loro coerenza.

    E in linea con le altre abbazie trappiste, a breve distanza c’è un chiosco/baretto dove si possono degustare i prodotti del monastero… qualche crocchetta “specialità del posto” e un po’ di formaggio olandese, ad accompagnare una dignitosissima Zundert (una classica ambrata d’abbazia) e purtroppo è già l’ora di abbandonare questa splendida gita nella tranquilla campagna olandese, per rituffarsi in autostrada e macinare chilometri.

    Anzi, si è fatto pure abbastanza tardi, quindi spingo finché fa buio. Mi fermo a pernottare a Karlsruhe, solo perchè è di strada.

    Km: 663

    L’abbazia di Zundert (quel che se ne vede)
    Zundert: austera chiesa trappista
    Il prodotto locale

  • Intermezzo: cucina inglese

    Scena 1: ristorante un po’ in tiro, a bordo della nave che riporta sul continente.

    La cameriera 1 elenca una serie di piatti da mettere i brividi (crocchette di barbabietola e pesce affumicato, zuppa di broccoli e cheddar cheese…), quando finalmente:
    “… and then we have the T-bone of Black Angus”.
    Aha! Fatta!
    Impeccabile, cameriera 1 mi chiede la cottura.
    Poi rovina tutto:
    “… and… which sauce do you want on it”?
    Mi si rattrapiscono le orecchie. Faccio finta di non sentire.
    Ma lei insiste:
    “Pepper sauce? Barbecue sauce?”
    ARGH!
    “… Bearnaise?”

    Scena 2: dopo aver convinto la cameriera che l’unico condimento che va su un T-bone di Angus è l’osso, sto finalmente addentando il mio bisteccone nudo e (quasi) crudo.

    Mi si avvicina il cameriere 2.
    Mi nota mangiare il T-bone “liscio”.
    Faccio finta di niente
    Si fa sotto con aria complice:
    “Sir, do you want some ketchup with it?”
    OUCH!
    “… or mayonnaise?”

    Voglio tornare in Italia!

  • Giorno 15: Cairndow – Hull

    Ultimo giorno in Scozia e ultima colazione scozzese tipica. Provate quelle con l’haggis e il black pudding, mi resta solo quella con il pesce affumicato, che non è salmone, ma kipper, pescato in fronte all’albergo. A me pare aringa, e tutto sommato l’idea di far colazione con l’aringa mi è familiare. Ben rimpolpato, si parte.

    I tempi della giornata sono calcolati con precisione per arrivare a Hull in tempo utile per l’imbarco sul traghetto, e pure con meno margine di quello che vorrei, quindi poche foto e tanta autostrada.

    Inizialmente comunque la strada svolta all’interno del parco dei Trossachs, e questa volta non piove, quindi posso godermi le vedute spettacolari… ma pian piano i loch scompaiono, gli impervi glenn lasciano il posto a colline più rotonde, l’erica cede il passo all’erba, e quando anche le vacche al pascolo non hanno più le “chiome” delle imponenti highlands, ecco che nello specchietto vedo allontanarsi il cartello “Welcome to Scotland”, che scompare all’orizzonte. Un po’ di magone ci sta.

    Ma non c’è tempo per pensarci su… via a tutta, benzina, tramezzino, benzina, sosta per sgranchirsi, e arrivo a Hull preciso in tempo per l’inizio dell’imbarco. Il margine è servito per un paio di soste impreviste per metter su la tuta antipioggia (visto che, indovinate? Piove…) e per “curare” il navigatore, che su più bello ha deciso di spegnersi.

    Poco male, l’importante è essere di nuovo sulla Pride of York, e domani di nuovo sul continente.

    Km: 530 circa

    Cairndow Stagecoach Inn: “singola economica”…
    Loch Fyne
    L’incredibile specchio del Loch Long.

  • Giorno 14: Oban – Cairndow (Islay)

    Questa tappa sull’isola “tempio” dei cultori di whisky scozzese è stata in bilico fino all’ultimo, per la difficoltà di “incastrare” giorno, orari dei traghetti e percorso stradale. A posteriori, sarebbe stato davvero un peccato!

    Eppure l’avvio non è stato dei migliori: sveglia presto per poter arrivare in tempo al terminal del traghetto a Kennacraig (“solo” 56 miglia, ma di highlands!) e tanto per cambiare piove. Amen, parto lo stesso… ed essendo domenica mattina mi gusto in totale solitudine la strada che taglia tra boschi e mare, costellata dall’ormai consueta ma sempre spettacolare alternanza di loch e glenn… e, meraviglia, arrivato all’imbarco smette di piovere, e sul mare si vede qualche raggio di sole.

    Così, quando arrivo ad Islay, l’isola mi accoglie finalmente con un cielo azzurro che si riflette sul mare calmo, e strade asciutte, e semideserte, su cui posso finalmente far rombare i quattro cilindri della Versys… una gioia. L’isola per quanto piccola, vanta nientemeno che una decine delle distillerie più famose del mondo; avendo tempo solo per visitarne una, punto su quella più piccola ed eccentrica, e resa famosa dalla serie di libri della “scrittrice senza nome”: Bruichladdich.

    La visita è spettacolare, perché qui non ti fanno guardare le cose da “dietro il vetro” ma consentono di toccare, assaggiare, annusare tutta la produzione, compiuta ancora con le tecniche dell’epoca vittoriana. Il prodotto, poi, è straordinario, e per fortuna la scarsa capacità di carico della moto non mi consente di rovinarmi le finanze in bottiglie pregiate. Cioé… almeno non del tutto. 🙂

    Mi resta pure qualche ora da passare in riva al mare, a gustare una carrot cake (come fanno a farla così buona?), scattare foto finalmente luminose e assaporare i ritmi lenti di un’isola che mi resterà nei ricordi soprattutto per i suoi profumi. Cereali tostati, torba, legno, salsedine e cose buone… un mix difficile da spiegare, eppure memorabile.

    Il rientro porta in hotel a Cairndow, località scelta quasi solo per la posizione vicina alle strade principali… e invece la sorpresa finale è proprio la locanda in riva al lago, meravigiosamente tipica. Da domani, ahime, si inizia il viaggio di rientro.

    Km: 233

    Finalmente il sole!
    Bruichladdich: il software gestionale…
    Vita sull’isola
    Steampunk
    Felicità